Bruno Tognolini, Alessandro Sanna, Paolo Fresu, Sonia Peana
NIDI DI NOTE
Un cammino in dieci passi verso la musica

Testo di BRUNO TOGNOLINI, illustrazioni di ALESSANDRO SANNA, composizione grafica di BEPPE CHIA
Brani musicali originali di PAOLO FRESU e SONIA PEANA, filastrocche recitate da BRUNO TOGNOLINI
Libro illustrato, formato 294 x 252, hardcover, CD musicale, prezzo 18 €
CARLO GALLUCCI EDITORE, marzo 2012






Queste è la storia di Cirino e Coretta, due fratelli che partirono
alla ricerca del Sole Suonatore e della Luna Cantante.
È un libro che racconta fiabe, mostra figure,
suona musiche e dice filastrocche.
Si può leggere e ascoltare
come un percorso di educazione musicale per i bambini.
O come un cammino di scoperta di sé e del mondo per tutti.
O come una fiaba incantevole e basta.


Il CD nascosto in questo nido di note
contiene un'ora di musica e poesia:
i dieci brani originali suonati da Paolo Fresu,
Sonia Peana e il Devil Quartet,
e le undici filastrocche del libro recitate da Bruno Tognolini.





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Il libro può essere
acquistato online presso


Indice

PRESENTAZIONI
  • Credits. La Compagnia degli artisti
  • Il progetto Nidi di Note. Postfazione di Sonia Peana
  • Dieci allegre allegorie. Riflessioni dell'autore dei testi
  • Storia della nascita del libro
  • Tavolette biografiche dei quattro autori


  • RECENSIONI E OPINIONI
  • Segnalazione su La Nuova Sardegna del 07/04/2012
  • Recensione di Silvana Sola sul blog Zazie news, il 12/04/2012
  • Recensione di Federica Pizzi sul Gruppo Facebook Libri e marmellata, il 16/04/2012
  • Recensione di Daniela Pinna su "L'Unione Sarda", 30 aprile 2012
  • L'opinione di una maestra e la sua discussione, 25 maggio 2012
  • Recensione di Franca Rita Porcu su Hey Kiddo, 5 giugno 2012
  • Presentazione del libro all'Umbria Jazz in Umbriajournal, 14 luglio 2012
  • Presentazione del libro all'Umbria Jazz su Corriere dell'Umbria, 10 luglio 2012


  • ASSAGGI
  • Prologo
  • Il paese che si chiamava Iniziò
  • Tiritera di tutti gli inizi (testo)
  • Tiritera di tutti gli inizi (voce)
  • Il paese che si chiamava Forsecè
  • Tiritera delle cose intorno (testo)
  • Tiritera delle cose intorno (voce)
  • Il primo brano musicale (Iniziò)
  • L'ultimo brano musicale (Poifinì)
  • Alla ricerca di che? (testo)
  • Alla ricerca di che? (voce)



  • Il libro è stato presentato martedì 20 marzo 2012 alla Fiera Internazionale dei Libri per Ragazzi di Bologna, venerdì 11 maggio 2012 al Salone del Libro di Torino, martedì 10 luglio all'Umbria Jazz, e in seguito altrove, con le musiche dal vivo di Paolo Fresu e Sonia Peana, i disegni dal vivo di Alessandro Sanna e le letture di Bruno Tognolini.

    Qui i video di queste presentazioni.

    I due terzi delle royalties del libro saranno destinati al finanziamento del progetto NIDI DI NOTE, ideato e diretto da Sonia Peana in collaborazione col Servizio Educativo del Quartiere Savena di Bologna

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    Credits. La Compagnia degli artisti

    PER IL LIBRO


    Testi: Bruno Tognolini
    Illustrazioni: Alessandro Sanna
    Progetto grafico e impaginazione: Beppe Chia / Chialab


    PER IL CD MUSICALE


    Filastrocche scritte e recitate da Bruno Tognolini
    Musiche di Sonia Peana e Paolo Fresu
    Composizione e arrangiamenti dei brani musicali di Paolo Fresu / Tǔk Music editore

    Sonia Peana
    : violino, percussioni e voce
    Paolo Fresu
    : tromba, flicorno, pocket trumpet, cornetta, multieffetti, percussioni
    Bebo Ferra
    : chitarre acustiche
    Paolino Dalla Porta
    : contrabbasso
    Stefano Bagnoli
    : batteria e percussioni

    Registrato e mixato il 10, 11, 15 gennaio 2012
    da Stefano Amerio presso lo studio ArteSuono di Cavalicco (Udine)

    La voce di Bruno Tognolini è stata registrata il 3 gennaio 2012
    da Michele Palmas presso lo studio S’ardMusic di Cagliari

    Mastering di Stefano Amerio

    Ringraziamo: Bebo Ferra, Paolino Dalla Porta, Stefano Bagnoli, Michele Palmas, Paola Riga, Vittorina Compagno


    TITOLI E DURATE DELLE TRACCE


    01. Tiritera di tutti gli inizi (0.43)
    02. Iniziò (3.14)
    03. Tiritera delle cose intorno (0.35)
    04. Forsecè (3.44)
    05. Tiritera delle cose diverse (0.42)
    06. Machiè (1.45)
    07. Tiritera delle cose in altalena (0.38)
    08. Fanonfà (3.48)
    09. Tiritera delle cose sottovoce (0.50)
    10. Fortepià (3.14)
    11. Tiritera delle cose sottosopra (0.38)
    12. Suegiù (4.11)
    13. Tiritera delle cose poche molte (0.50)
    14. Menopiù (3.38)
    15. Tiritera delle cose per fare (0.43)
    16. Maconchè (6.01)
    17. Tiritera dei corpi suonatori (0.43
    18. Suonoquì (3.30)
    19. Tiritera fine fine (1.05)
    20. Alla ricerca di che? (0.28)
    21. Poifinì (3.49)

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    La postfazione di Sonia Peana

    Il libro "Nidi di note" prende il suo titolo da un progetto didattico nato dal mio incontro, come mamma e come educatrice musicale, con Silvia Cappelletti e Sandro Bastia, del Servizio educativo del Quartiere Savena di Bologna.
    Tutto ha avuto inizio nel Maggio del 2010, con un concerto organizzato in collaborazione col "Circolo Arci Container" di Bologna, il cui scopo era raccogliere fondi per la formazione musicale degli educatori e finanziare percorsi di introduzione alla musica nei nidi. Il nostro intento era portare all'attenzione delle famiglie, delle istituzioni e delle scuole, la grande importanza dell'esperienza sonora fin dalla prima infanzia.
    Grazie a quel concerto, e a tre successivi spettacoli, grazie alla generosità dei musicisti e degli artisti che vi hanno preso parte (Paolo Fresu e il suo gruppo Devil, il Quartetto d'archi Alborada, Roberto Cipelli, Chiara Sintoni, Paolo Somigli, Milena Vukotic, Stefano Nosei, Ada Grifoni), grazie a questi aiuti preziosi nell'arco di due anni siamo riusciti a finanziare corsi di formazione per educatrici dei nidi e delle scuole dell'infanzia di Bologna e provincia, e percorsi di musica e movimento coi bambini in quattro nidi del Quartiere Savena.
    Mentre i "Nidi di note" crescevano col contributo dei genitori, del pubblico e di alcune generose donazioni, abbiamo pensato a una nuova forma per sostenerli. Una forma che fosse un ulteriore strumento di promozione del progetto, e al tempo stesso una via dolce ed efficace per avvicinare piccoli e grandi lettori all'esperienza musicale.
    Così è nato questo libro. Un'opera preziosa, per noi, perché è frutto di una comunione di gusti, piaceri e intenti, risultato di un legame felice tra musica, parole e immagini.
    La mia idea era descrivere, con parole non tecniche ma narrative e poetiche, ciò che faccio nella pratica dei miei laboratori di musica coi più piccoli. Ho chiamato all'opera Bruno Tognolini, che conosco e leggo con piacere da anni, gli ho consegnato una scheda in dieci punti dei miei incontri, i dieci passi per me fondamentali per la formazione musicale del bambino. Gli ho chiesto di sentirsi libero, di raccontare quel cammino come voleva. Bruno ha chiamato queste mie tracce "i dieci cassetti di Sonia", e ha cominciato a frugarci dentro per trovare i materiali da cucire col filo di un possibile racconto. Quei cassetti si sono trasformati in paesaggi fantastici, dieci paesetti di fiaba che scandiscono un cammino di formazione, di conquista e conoscenza: nella musica, di certo, nelle sue percezioni, emozioni e invenzioni, ma anche in altri e più vasti regni del crescere.
    La sinuosità e la forza vivente del tratto pittorico di Alessandro Sanna, che abbiamo deciso di chiamare all'impresa, si è rivelata vicina alla nostra musica e ai racconti e alle rime di Bruno: con Paolo Fresu siamo davvero felici che ci abbia accompagnato in questo viaggio. Beppe Chia dal suo canto, insieme all'editore Carlo Gallucci, ha saputo accogliere e comporre in pagina con sensibilità e gusto questi diversi apporti.
    Voglio personalmente ringraziare i musicisti che con me e Paolo hanno registrato le musiche del CD allegato, hanno voluto dedicare ai bambini la loro arte. Il chitarrista Bebo Ferra, il contrabbassista Paolino dalla Porta e il batterista Stefano Bagnoli sono riusciti a interpretare con semplicità e poesia il nostro pensiero. Ringrazio anche Stefano Amerio, che ci ha registrato con la sua maestria.
    Dedico questo libro ad Andrea, e a tutti gli altri bambini che negli anni mi hanno insegnato questo lavoro: dei nostri "Nidi di note" sono a un tempo destinatari e ispiratori.

    Qui il sito del progetto NIDI DI NOTE.
    E qui un video in cui Sonia e Paolo presentano il progetto, e mostrano alcuni scorci del loro lavoro coi bambini.


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    Dieci allegre allegorie
    Riflessioni dell'autore sulla scrittura di NIDI DI NOTE
    In altre parti di questo sito racconto l'onore e il piacere d'essere "poeta d'occasione", scrittore che scrive anche su commissione; che però – fin quando può – si sceglie lui le commissioni, accogliendo quelle che gli sono congeniali, in cui intravede esiti ricchi per lui e per il committente. Ecco la commissione, ricca e a me congeniale, che mi è arrivata da Sonia Peana, come Sonia stessa la descrive nella sua postfazione al libro:
    "La mia idea era descrivere, con parole non tecniche ma narrative e poetiche, ciò che faccio nella pratica dei miei laboratori di musica coi più piccoli. Ho chiamato all'opera Bruno Tognolini (…), gli ho consegnato una scheda in dieci punti dei miei incontri, i dieci passi per me fondamentali per la formazione musicale del bambino. Gli ho chiesto di sentirsi libero, di raccontare quel cammino come voleva".


    Ho cominciato a studiarmi quei dieci passi con l'attenzione (meglio se un po' svagata e tonta, "à la Adamsberg") di chi deve scriverci sopra: o dentro, o meglio ancora fuori. Mi è parso che i dieci passi figurassero altrettanti passaggi di conquista cognitiva, applicabili ai suoni e alla musica, ma anche ad altri oggetti e campi della crescita intellettuale.
    Per prima cosa allora, per lavorarci meglio, li ho ritagliati fuori dal contesto, ridotti in scala, cristallizzati in dieci titoletti:

    1 . Comincia il viaggio
    2 . I suoni esistono
    3 . I suoni son diversi
    4 . I suoni si alternano al silenzio
    5 . I suoni possono essere forti o deboli
    6 . I suoni possono essere acuti o gravi
    7 . I suoni possono essere eseguiti da uno o più strumenti
    8 . I suoni di strumenti diversi sono diversi
    9 . I suoni possono esser eseguiti anche solo dal nostro corpo
    10 . Finisce il viaggio

    Dicevo: dieci passaggi di conquista cognitiva, applicabili ai suoni e alla musica ma anche ad altri campi della crescita intellettuale. I suoni esistono, ma anche le cose del mondo esistono; e anche loro son diverse una dall'altra; e possono esserci in certi momenti e non esserci in certi altri (la mamma esce dalla stanza, ma poi torna); e possono essere grandi o piccole; e così via.

    Ma l'esperienza di scrittore per l'infanzia, consolidata in tredici anni di copioni per La Melevisione, mi ha insegnato che se si vuole parlare ai bambini di concetti astratti, la prima cosa da fare è trasformarli in oggetti concreti: cose, fatti, narrazioni; posti in cui andare, incontrare avventure, guai, prove da superare, errori, situazioni squilibrate da raddrizzare.
    Eugenio Barba, nei miei antichi anni teatrali, diceva: trovare l'equivalente.

    Gli equivalenti (oggetti concreti) di questi dieci passi di conquista cognitiva (oggetti astratti) son diventati dieci paesi. Dieci paesetti paradossali e strampalati, dieci piccole Città Invisibili calviniane, i cui abitanti pativano una di queste "situazioni squilibrate". E il bambino attore delle scoperte cognitive ha preso corpo in due fratellini-eroi di fiaba, Cirino e Coretta, che con trovate furbe, divertenti, divergenti e paradossali, raddrizzavano questi squilibri. Ecco i dieci paesi:

    1 . Comincia il viaggio IL PAESE DI INIZIÒ
    2 . I suoni esistono IL PAESE DI FORSECÈ
    3 . I suoni son diversi IL PAESE DI MACHIÈ
    4 . I suoni si alternano al silenzio IL PAESE DI FANONFÀ
    5 . I suoni possono essere forti o deboli IL PAESE DI FORTEPIÀ
    6 . I suoni possono essere acuti o gravi IL PAESE DI SUEGIÙ
    7 . I suoni possono essere eseguiti da uno o più strumenti IL PAESE DI MENOPIÙ
    8 . I suoni di strumenti diversi sono diversi IL PAESE DI MACONCHÈ
    9 . I suoni possono esser eseguiti anche solo dal nostro corpo IL PAESE DI SUONOQUÌ
    10 . Finisce il viaggio IL PAESE DI POIFINÌ

    Come si vede i nomi di questi paesi, oltre che una allegria poetica (verbale) contengono già una allegoria narrativa (concettuale). Ala del Suono e Ala del Senso anche in quei dieci piccoli nomi devono battere bene, in armonia.

    Il resto è stato fiume di narrazione da discendere, con le sue rapide e le sue secche. Gomitoli aggrumati di senso da dipanare. Ne è nata una parabola, una fiaba allegorica che funziona col solido eterno strumentino del "così come".
    Come
    gli abitanti di Machiè chiamano se stessi e tutte le loro cose "Peppino", così a noi i suoni (e le cose del mondo) possono sembrare tutti uguali: Cirino e Coretta, novelli Adami Nomenclatori, insegnano a questi esausti e infelici paesani i loro nomi, delle cose e delle persone, e se ne partono lasciandoli felici e contenti.
    Come
    gli abitanti di Fanonfà vivono in un eterna mattina, eterna primavera, eterna domenica, così a noi i suoni possono sembrare costanti, sempre presenti, indifferenti: Cirino e Coretta insegnano a questi altri paesani l'alternarsi di suono e silenzio, giorno e notte, estate e primavera e inverno, e se ne partono lasciandoli felici e contenti.

    Ma come glielo insegnano?
    I modi, le soluzioni dei problemi, devono (dovrebbero) essere divertenti, sorprendenti, sorridenti.
    L'allegoria deve essere allegria
    , altrimenti è scolastica applicazione dello stratagemma, è stampino. E qui deve entrare in gioco l'estro, la caotica euristica creativa, il divergente cammino dello scrivere letterario, che come tale, per sua implacabile natura, è casuale e discontinuo: e quindi per esempio, fatalmente, in certi passaggi riesce più e in altri meno; in talune fiabette la soluzione del problema è più fluida e scivolante, in altre più tirata per i capelli. Ma questo son stato capace di fare, questo è.

    Per finire, invece: come si possono "usare" queste fiabette? Sono "didattiche"?
    Il meccanismo del "così come" che è stato inoculato in esse come struttura portante, si può espiantare, evidenziare, proclamare ad alta voce?
    In altre parole: si possono leggere queste dieci fiabette ai bambini, concludendo con "o mythos deloi", dicendogli cioè: "Vedi? Questa fiaba mostra che, come i paesani di Suegiù avevano paura di cadere in cielo, e perciò non guardavano mai in alto, e quindi non capivano cos'era alto e cos'era basso, così può accadere anche a noi per i suoni. Ma come loro anche noi, alla fine, possiamo scoprire che ci sono suoni alti, che ci fanno giardar su, e suoni bassi, che ci fanno tornar giù"...
    Si possono, si devono usare così, queste fiabette?

    Di fronte a questa domanda mi ritiro nell'ignavia un po' gaglioffa dello scrittore: questo non mi riguarda, non è affar mio. Io le ho scritte ("Quod scripsi, scripsi"); è compito di chi le legge trarne o non trarne semi e schemi profondi, se ci sono, e se li trova.
    Anche tutto questo ragionamento, svelamento di circuiti sinaptici e meccanismi a monte, non serve quindi a gran ché: se non a dichiarare, e di questo son certo, che sì, mi son servito dello strumento dell'allegoria, ma ho cercato di impastarlo con l'allegria. Se la cucina è riuscita, queste fiabette dovrebbero suonare a chi legge come dieci allegre allegorie.

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    Storia della nascita del libro


    I fili antichi

    Con Paolo Fresu e Sonia Peana

    Ho conosciuto Paolo Fresu tanti anni fa, al suo Festival "Time in Jazz" di Berchidda. Da "sardi di fuori", isolani che son partiti a cercare fortuna in continente, stabilimmo subito un laconico e sottinteso sodalizio. Una volta m'invitò a Berchidda, per una serata extra-festival in cui due scrittori sardi incontravano il pubblico; accanto al grande Salvatore Mannuzzu parlai del mio lavoro e dissi le mie filastrocche. Paolo mi avvicinò alla fine dell'incontro, e mi disse cose lusinghiere. Dopo alcuni anni, con mia figlia dodicenne, feci un viaggio in Sardegna per festeggiare il suo matrimonio in una memorabile festa campestre nella casa di Berchidda, affollata di artisti d'ogni arte e paese. Lì conobbi Sonia. Prima e dopo di allora collaborai col mio amico regista Gianfranco Cabiddu a stendere approcci e testi per il suo film-documentario sul bellissimo spettacolo e concerto "Sonos 'e memoria", e per altre occasioni che riguardavano la musica e la figura di Paolo Fresu. Insomma, i fili antichi con Paolo son lunghi, sottili ma – come poi si è visto – tenaci.

    Con Alessandro Sanna
    Con lui i fili d'intreccio sono più brevi, ma non meno forti. Il primo è stato il fulminante libro "Il Bosco", che in un Festival Tuttestorie, a Cagliari, non ricordo quando, comprai per mia figlia, e a cui Alessandro aggiunse una di quelle sorprendenti dediche-opere che gli illustratori tracciano a mano in tempo reale al cospetto del lettore. Lì cominciai a coltivare quel seme di desiderio che, se ben piantato, sa attendere molti anni, e che si esprime in semplice forma: "io con questo vorrei fare qualcosa..."
    In fugaci contatti successivi, per festival e incontri, appresi che anche Alessandro aveva pensato di me la stessa cosa, e ci ripromettemmo, senza scadenze né fretta, questa futura impresa. Vi si aggiunse un altro filo personale, di forte e muto riconoscimento, che non importa qui raccontare ma che ci avrebbe portato anni dopo, ora in questo frangente di Nidi di note, a dire scherzando che siamo forse a nostra insaputa fratelli. Io fratello maggiore, dice lui, o forse padre ragazzo.

    Con Beppe Chia
    Con Beppe il filo è semplice e chiaro. Il lavoro del grafico, nei libri, è segreto e inapparente solo per i distratti, i frettolosi. La bella ventura, ormai decennale, del libro Mamma Lingua è dovuta all'opera di Beppe Chia non meno che alla mia e a quella di Pia Valentinis. Carlo Gallucci definisce la sua grafica "austera". Non sa quanto mi consoli questa qualifica: il ricordo e il rispetto millenario di margini, centrature dei titoli, bei caratteri acconci, esatte distanze d'aria fra corpi del testo, è un pattern visivo segreto, immanente al libro, che può sostenerlo sotto gli occhi del lettore col piedistallo dei secoli, o lasciarlo cadere nella fungibilità del consumo. So che suona un po' tonante, ma è ciò che penso. Beppe Chia, e altri grafici austeri, e quindi modernissimi, fanno un lavoro segreto e vitale per noi autori, sono compagni fidati, con cui siamo al sicuro.


    Il telaio che li ha uniti

    Il primo concerto

    Questi quattro fili di diverso colore e lunghezza hanno trovato il telaio in cui intrecciarsi per fare tessuto (testo), in un libro, nella seconda metà del 2011.
    Gli incontri con Paolo Fresu non avevano mai prodotto lavori insieme, finché un giorno, nel marzo del 2010, Sonia mi scrisse per chiedermi se avevo qualche poesia che parlasse della musica, da recitare in uno dei concerti promozionali del suo progetto "NIDI DI NOTE" (ecco il documento, ed ecco il video, in cui Sonia e Paolo presentano questo progetto).
    Le spedii due o tre filastrocche scritte per la Melevisione, che lei e Paolo apprezzarono, e che furono recitate da Milena Vukotic nel concerto tenuto il 25 maggio 2011 presso il Circolo ricreativo Arci Benassi, a Bologna.


    Il libro

    Poco dopo, nel giugno 2011, Sonia e Paolo mi scrivevano: "Abbiamo pensato alla realizzazione di un libro (...) Vorremmo raccontare una storia musicale e non ti neghiamo che ci piacerebbe tanto che il testo lo scrivessi tu...". Così è stato.
    Sonia mi ha spedito una pagina, quella che nella sua postfazione chiama "una scheda in dieci punti dei miei incontri, i dieci passi per me fondamentali per la formazione musicale del bambino".
    Mi ha dato piena libertà di scrivere, su quel telaio, ciò che volevo. Ne è nata una fiaba in dieci passi, il viaggio di due fratellini, Cirino e Coretta, "che nella lingua degli antichi vuol dire ragazzino e ragazzetta", attraverso dieci paesi fiabeschi e stralunati. Partiti con un compito di "cerca" (trovare il Sole Suonatore e la Luna Cantante), in ciascuno di questi paesi i due eroi incontrano una stralunata situazione, una bizzarra carenza che devono risolvere. Ogni paese, col suo compito cognitivo, ovviamente è associato a uno dei passi del cammino di accostamento alla musica.
    Incontreranno un paese che non ha ancora iniziato a esistere (l'inizio del cammino musicale); un paese i cui abitanti non vedono le cose che hanno intorno (i suoni esistono); un altro i cui abitanti chiamano se stessi e tutte le loro cose con lo stesso nome (i suoni sono diversi); un altro in cui è sempre mattina, sempre domenica, sempre estate (i suoni sono diversi); un altro i cui abitanti hanno case enormi, cose enormi e parlano sempre gridando (i suoni possono essere forti o deboli): e così via.


    Dove trova il nome una Compagnia?

    Nel corso del lavoro, si è formata la Compagnia. Sui nomi di Alessandro Sanna e Beppe Chia c'è stata immediato e pieno accordo fra Sonia, Paolo e me. I fili che mi legavano a quei due artisti li ho già raccontati: aspettavano solo di fare nodo.
    Come si formano i gruppi d'arte, le ciurme, le Compagnie dell'Anello? Che logo li lega?
    Noi ne abbiamo trovato uno bellissimo, che col tempo ha preso piede nelle innumerevoli e-mail di lavoro. Alessandro Sanna è un continentale col cognome sardo; io un sardo col cognome continentale; Paolo e Sonia e Beppe sono sardi. Non è stata considerata neanche per un attimo la "sarditudine" della Compagnia e della sua opera: tranne Alessandro, che è mantovano, siamo tutti "sardi di fuori", abituati a non pensarci come "artisti sardi" ma tutt'al più come "sardi artisti" (c'è una certa differenza).
    No, il logo che ci lega è un altro, più lieve e divertente. L'impresa del progetto NIDI DI NOTE, e del libro che lo racconta, è stata voluta, coordinata e condotta in porto da Sonia Peana. Sonia è un'algherese alta (per la media sarda), di fine e aristocratica figura, capelli neri e carnagione chiara; Paolo, Alessandro, Beppe ed io siamo, come vuole la tradizione, sardi brevilinei, uomini piccoli. Il nome della Compagnia era trovato: Biancaneve e i Quattro Nani.
    Stiamo o non stiamo facendo una fiaba?
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    Tavolette biografiche dei quattro autori

    BRUNO TOGNOLINI
    È nato a Cagliari nel 1951. Da bambino gli piacevano due cose: leggere, e costruire di tutto raccogliendo intorno legnetti, chiodini e spaghi. Le storie stupende che leggeva nei libri, però, nella vita lì intorno non accadevano mai. Peccato, cosa si poteva fare? Il segreto ce l'aveva già in mano: le storie erano come quei giocattoli, bastava chinarsi a raccogliere ciò che serviva, e farsele da sé. Così è diventato scrittore per bambini, neanche lui sa perché: per caso, per raccontare storie alla figlia Angela, perché così poteva scrivere in rima... chissà. Ha scritto libri, testi per TV e teatro, ha vinto premi importanti e ne è contento: ma è ancora lì, chino sui suoi legnetti di parole, perché la storia più bella, ne è convinto, la deve ancora costruire.

    ALESSANDRO SANNA
    È nato nel 1975 nella pianura tra Mantova, Verona e Modena, ma suo papà gli ha messo nel sangue il mare e il vento della Sardegna. Da piccolo era convinto di saper volare, prevedere il futuro e imitare tutti i suoni del creato. Ha giocato sempre tantissimo, con gli altri all'aria aperta o da solo con mozziconi di supereroi e macchinine. A undici anni questa passione per il gioco si è trasformata in disegno: disegnare, disegnare e ancora disegnare, dimenticando che nella vita ci sono altre cose. Adesso, che disegna per lavoro, le altre cose può riscoprirle e apprezzarle, perché sono loro che gli permettono di continuare a giocare con pennelli, matite, mani sporche e gocce d'acqua indomabili.

    PAOLO FRESU
    È nato nel 1961 a Berchidda, nella bella collina solare della Sardegna del nord. E chissà come quel sole scintillava, sulla tromba del fratello che suonava nella banda del paese, quando Paolo bambino andava a frugarla. Quello scintillio d'oro, odoroso d'olio metallico, gli ha segnato la via. Quando a dieci anni è entrato nella banda anche lui, sapeva fare già molto. Quando ha cominciato a suonare pop e salsa col complessino, ha imparato il resto. Ma quando un giorno ha ascoltato una cassetta di Miles Davis, ha sbarrato gli occhi: "E cos'è questa cosa bellissima?"... Eh sì, c'era altro, molto altro da suonare, bisognava mettersi sotto. Così quando a Sassari, per i bei voti della maturità industriale, la SIP lo ha chiamato al lavoro, lui era già via: aveva altro da fare. E lo sta facendo.

    SONIA PEANA
    È nata nel 1968, ad Alghero, la città più spagnola della Sardegna. Suo papà, veterinario amante dell'opera, cantava le arie radendosi prima di scappare a curar bestie tutto il giorno. E ascolta ascolta, TV e dischi d'opera e babbi che cantano, anche Sonia bambina ha cominciato a cantare, a danzare, e poi dai sei anni a suonare il violino. Suo papà sedeva in poltrona beato a sorbirsi i primi noiosi esercizi come se fosse la cosa più bella del mondo. La mamma, e altri parenti e zii, erano invece tutti maestri di scuola. Ed ecco che Sonia, come un bella melodia che chiude il suo cerchio, è diventata violinista concertista, come sognava suo padre, ma anche portatrice dei doni dei grandi ai bambini, come faceva sua madre.
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    OPINIONI

    I miseri delle fiabe e i disabili della realtà
    L'opinione di una maestra e la sua discussione



    Confesso che ci avevo pensato. Conoscendo a fondo il mondo della scuola, e il suo approccio al problema delle "disabilità", mi ero chiesto se descrivere i genitori di Cirino e Coretta come sordi, poveri, e avviliti di essere l'una e l'altra cosa, potesse essere rischioso, suonare improprio alle orecchie di qualcuno, sollevare dubbi e perplessità. Ci ho pensato, e ho deciso di rischiare.
    Ecco infatti la mail che mi è arrivata il 25 maggio 2012, da una maestra che sentiva nascere in sé proprio quei dubbi, alla lettura di quelle righe, e ne chiedeva spiegazioni. Valoroso e onesto l'atto di non celarli, di rischiare a sua volta nel fare la voce fuori dal coro, nell'encomio generale di quel libro, e chiederne conto. Meritava tutte le spiegazioni che so e posso dare.
    Diceva così.

    Lavoro in una scuola dell'infanzia comunale di Bologna. Dopo l'emozionante serata per la raccolta fondi a favore del progetto Nidi di Note, attendevo l'uscita del libro. Appena l'ho ricevuto non ho perso un attimo ed ho cominciato a leggerlo ai bambini, certa che avrebbero accettato con entusiasmo questa proposta. E così è stato.
    Le scrivo però in merito ad alcune frasi contenute nel Prologo che mi hanno lasciata perplessa:
    "... malgrado fossero figli di genitori sordi ...", "... A Cirino e Coretta dispiaceva vedere i cari genitori rattristati della sordità e della miseria...", "... li avrebbero guariti da entrambi i mali ...".
    Comprendo la scelta che i due sposi fossero sordi perché in questo modo non hanno risentito dell'influsso del canto incantato. Mi è meno chiara la motivazione che l'ha spinta a sottolineare che la sordità sia cosa triste, equiparata alla miseria e considerata malattia da guarire.
    A questo non riesco a trovare motivazione: nella scuola cerchiamo di riconoscere e valorizzare tutte le diversità ed è vero che il sordo non può percepire la musica con l'orecchio, come facciamo noi udenti, ma può farlo usando altri canali.
    Consapevole che riceverà moltissimi messaggi e che a tutti non può rispondere, spero che troverà giusto un attimo per scrivermi qualche parola che mi aiutino a comprendere la motivazione di questa scelta.
    Ed ecco la mia lunga risposta. Cara maestra.

    E fate bene. Fate bene e benissimo a "valorizzare tutte le diversità": sono un convinto sostenitore della vostra fatica, che è anche mia, mi creda, e ho scritto spesso storie e poesie che la narrano (legga questa poesia, per esempio).
    Però...
    Però c'è un rischio, in questa presa in cura così decisa e intransigente dei diversi. Un rischio paradossale, come un male che nasce da un bene, un danno che può discendere da una carezza. È il rischio di negare, qualificandola con tanta veemenza come positiva, la loro diversità; di velare e forse sommergere di eufemismi la loro condizione reale.
    Cerco di spiegarmi.
    Lei dice: "... meno chiara la motivazione che l'ha spinta a sottolineare che la sordità sia cosa triste, equiparata alla miseria e considerata malattia da guarire".
    Ma lo è, santa caramella! (direbbe Coretta)
    La condizione di disabilità è realmente un disagio, è una condizione triste, che genera dolore. Può diventare, con l'aiuto di tutti e una grande fatica da parte del disabile, una opportunità. Ma di per sé non lo è: è privazione e dolore e basta.
    Noi siamo colpiti e feriti da questo dolore, e in parte con motivazioni generose a altruistiche, in parte umanamente egoistiche, per difenderci, per attenuare il nostro disagio, tendiamo a dire che la condizione di disabilità è già di per sé risorsa, è già una diversa abilità. No! Può diventare, risorsa, non lo è. È tristezza e privazione. E negarlo equivale a cancellare quella differenza che diciamo di voler valorizzare.

    Non servirebbe, perché è bene ragionare sulle situazioni generali senza portare casi personali a sostegno; non servirebbe, ma glielo dico lo stesso: parlo con cognizione di causa. Sono stato per tutta l'infanzia intensamente e dolorosamente balbuziente. E le assicuro che non è stato un pranzo di nozze. Non era una condizione fortunata. Io non ero un "diversamente parlante": ero balbuziente e basta. E lo vedevo ben chiaro nello sguardo di chi mi ascoltava. Umiliazione, dolore e privazione.
    Che può diventare risorsa, come a me è accaduto, per immensa fortuna e con immensa fatica: ma solo se si parte con gli occhi bene aperti sulla condizione iniziale di privazione e infelicità. Senza negarla.
    Essere sordi, ciechi, zoppi, muti, o balbuzienti (il balbuziente è un muto che lotta), è brutto, triste e doloroso. E non vale ad attenuare questo dolore cambiargli il nome. Chiamare "non vedenti" i ciechi è un compassionevole ma goffo eufemismo che ci parla più del disagio dei vedenti che di quello dei ciechi.

    Ha visto il bellissimo film "Ogni cosa è illuminata"? Il colto ebreo newyorkese che, durante un lungo viaggio di ricerca delle sue radici, dialoga con un giovane russo ruspante, un ragazzo sincero, ignorante ed entusiasta, che idolatra la cultura americana, il rap e l'hip-hop di cui è un virtuoso. Bene, per fare le lodi di questa cultura, per lui eccelsa, gli accade di pronunciare ripeturamente la parola "negro". La scena è ironica, tenera, esilarante: il colto ebreo progressista si sente quasi male. "Non dire quella parola, per favore, non dirla!" - "Quale parola?" - "Quella... quella che hai usato per dire..." - "Vuoi dire negro?" - "Esatto, quella: non dirla!" - "E come devo dire?" - "Devi dire... non so... uomo di colore..." - "Ma i vostri negri sono fantastici, ballano l'hip-hop come nessun altro!" - "Per favore... non... non continuare a dirla!" (ovviamente cito a memoria). Insomma, il giovane e colto e "politicamente corretto" ebreo (oddio, si potrà dire "ebreo"?) impallidisce, annaspa.
    Magistrale!

    Essere sordi è brutto, triste e doloroso. Essere poveri anche. Non è sbagliato dirlo, è sbagliato non far nulla per alleviare la loro condizione. Infatti Cirino e Coretta fanno di tutto, partono per regni lontani su cammini incerti, in cerca di un rimedio, perché i loro genitori sordi e poveri vivano se possibile più "felici e contenti".
    Cosa c'è di sbagliato nel dire questo?
    Se non avessero preso atto senza falsi pudori, senza veli pietosi verbali, della condizione di disagio e privazione dei loro genitori, non sarebbero mai partiti per cercare un rimedio, e la storia - ogni storia, ogni fiaba - non sarebbe mai stata narrata.

    Mah! Il discorso sarebbe lungo.
    Lungo, complesso, centrale e attualissimo nel mondo della scuola, dell'infanzia, del sociale, in tanti regni dell'oggi e del qui.
    Regni in cui queste son solo le mie opinioni, che possono essere diverse dalle sue, e possiamo discutere.
    Però... nel mondo della fiaba, mi permetta: è un'altra cosa.
    È un altro regno, dove vigono altre leggi. E altre parole.
    Non bisogna leggere le fiabe con gli stessi occhi, e tanto meno ascoltare le loro parole con le stesse orecchie, con cui vediamo e ascoltiamo la realtà quotidiana della nostra classe: non sono sussidi didattici, non sono pareri esperti, sono storie! Son fiabe! E parlano altre lingue, le loro lingue, per fortuna...
    Non sono state ancora bonificate dalla lingua nazionale eufemistica del politically correct, dall'ortodossia e ortografia pedagogica dell'oggi e del qui. Perché non sono qui, non sono oggi! Sono mondi lontani sprofondati nel "Quandomai", nel "c'era una volta".
    Regni in cui, come in una riserva indiana, accanto a draghi e gnomi e fate ancora vivono, corrono, ridono, piangono, e guariscono o non guariscono, veri ciechi, veri zoppi, veri muti e veri sordi.
    Per favore, non scacciamoli via anche da lì! Altrimenti dove andranno?

    Diversi anni fa mi son ritrovato a fare discorsi simili a un padre adottivo, che dopo la puntata di Melevisione intitolata "IL CAPPELLO DEI FIGLI AMATI" (qui il copione, e qui il video della puntata) scrisse alla redazione una lettera in cui diceva così.
    Ho apprezzato molto la puntata della Melevisione che parlava di Adozione, e vi ringrazio per questo. È stata fatta con cura e con attenzione.
    Solo una cosa volevo chiedervi, ed è come mai avete associato l'abbandono alla povertà.
    Milo, nel raccontare la sua storia, parla dei suoi genitori biologici dicendo che erano folletti poveri, e questo mi lascia perplesso, perchè non credo sia solo una questione di povertà, l'adozione. Anche, ma non solo.
    Vorrei capire il vostro punto di vista.
    Ed ecco la mia risposta.
    Gentile papà adottivo.
    Quello di cui lei ci parla è uno dei due passaggi della puntata che ci ha fruttato una serie di critiche, alcune meno miti della sua.
    Vede, fondere e impastare i generi di "informazione", "educazione" e "intrattenimento" comporta certi rischi del mestiere, il nostro mestiere di autori, di narratori del mondo ai bambini. Se non si è abili come Cuoco Basilio, qualcuna delle componenti dell'impasto può prevalere sulle altre o soffrirne. E allora è inutile giustificarsi: è un errore di cucina, cioè di sceneggiatura, e basta. Se lei si è sentito offeso, urtato, o anche solo perplesso, probabilmente abbiamo sbagliato noi autori.
    Però...
    Però, ciò detto, proviamo a farle "capire il nostro punto di vista", capire insieme come può essere accaduto - se è accaduto - questo errore.
    Noi abbiamo raccontato, prima di tutto, una storia.
    Questa storia - pur essendo scritta oggi, quindi priva della prospettiva dei millenni, si rifà al mondo della Fiaba Tradizionale: quel mondo articola, cucina e rinarra. Nella fiaba vediamo specchiate le cose della realtà. Non uguali: specchiate, e in questo specchio "funzionalmente" deformate.
    Ma vai a sapere chi deforma di più...
    Nella fiaba ci sono i principi, le fate, gli orchi; i genitori abbandonano i figli perché sono poveri; e Pinocchio incontra un gatto cieco e una volpe zoppa.
    Nella realtà ci sono gli insegnanti, gli psicologi, i pedofili; i genitori abbandonano i figli perché... già, perché?... perché sono poveri d'amore?... e non è meglio dirgli che sono poveri di soldi?...
    E Pinocchio incontrerebbe un gatto ipovedente e una volpe a delimitata capacità deambulatoria.
    Vai a sapere chi deforma di più...

    Cara maestra, giungo alla fine di questa troppo lunga lettera.
    Io sono un narratore di fiabe, non un educatore.
    Per favore, teniamo i due mondi lontani, come da millenni sono stati: due specchi fratelli, lontani e diversi.
    Così sono utili, come sempre son stati, l'uno all'altro.
    Altrimenti, se ci ostiniamo a voler far parlare alla fiaba la lingua della realtà, e per esempio la popoliamo di gatti ipovedenti e volpi a delimitata capacità deambulatoria, anche la realtà finirà per parlare la lingua della fiaba.
    E sarebbe un gran caos, dia retta a me: non conviene a nessuno.
    Un carissimo saluto.

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    Primi assaggi dei testi e delle musiche


    Prologo. I DUE CERCATORI La tavola del libro

    C'era una volta un paese, nel regno di Quandomai, che era grande, ricco e sonoro.
    Il Re si chiamava Muso, la Regina Cante, e il paese si chiamava Musocante.
    Re Muso e Regina Cante però non erano sovrani benigni, ma re stregoni avidi e prepotenti. Ogni mattina dalla torre della reggia cantavano e suonavano al paese un canto d'incanto, che teneva i loro sudditi quieti e storditi, e schiavi di ogni loro volontà.
    Tutti, tranne due.
    Nel paese vivevano infatti due sposi, molto poveri, che non avevano mai sentito il canto dei re, perché erano nati sordi. Questi sposi avevano due figli di nome Cirino e Coretta, che nella lingua degli antichi vuol dire ragazzino e ragazzetta.
    Cirino e Coretta erano cresciuti, benché in povertà, sani e belli: lei sapiente e affettuosa, lui allegro e avventuroso, ma pronti a scambiarsi il posto e le virtù. Insomma, malgrado fossero figli di genitori sordi, o chissà forse proprio per questo, due vere perle nella paglia.
    Un bel giorno Re Muso e Regina Cante appresero da uno straniero di passaggio che in un reame lontano il sole spandeva nell'aria una bellissima musica, e la luna un dolcissimo canto. Da quel giorno non ebbero pace: curiosi e invidiosi del Sole Suonatore e della Luna Cantante, volevano a tutti i costi invitarli a pranzo, per poi catturarli e strappargli i segreti della loro musica. Emisero un bando: chi, fra i loro sudditi, li avesse trovati e convinti a venire a pranzo alla reggia sarebbe stato coperto d'oro fin sopra i capelli.
    A Cirino e Coretta dispiaceva vedere i cari genitori rattristati dalla sordità e dalla miseria. Pensarono che trovando il Sole Suonatore e la Luna Cantante forse li avrebbero guariti da entrambi i mali, e decisero di tentare l'avventura. Scrissero un biglietto, in cui dicevano che sarebbero tornati presto, sani e salvi e molto ricchi, e si misero in viaggio.
    Cammina e cammina, passarono monti e valli, boschi e fiumi, e incontrarono dieci paesi.

    Il Paese di Iniziò
    Il Paese di Forsecè
    Il Paese di Machiè
    Il Paese di Fanonfà
    Il Paese di Fortepià
    Il Paese di Suegiù
    Il Paese di Menopiù
    Il Paese di Maconchè
    Il Paese di Suonoquì
    Il Paese di Poifinì


    Forma e formaggio, forza e coraggio
    Qui si racconta la storia del viaggio

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    IL PAESE CHE SI CHIAMAVA INIZIÒ La tavola del libro
    Il primo brano musicale (Iniziò)


    Il primo paese che Cirino e Coretta incontrarono si chiamava Iniziò ed era fatto di niente.
    Il cielo era un niente più chiaro, la terra un niente più scuro. Le case erano costruite con niente, con giardini di piante di niente e muri e tetti e finestre color niente. Alle pareti c'erano quadri dipinti di niente: trasparenti. Per le strade c'erano musiche fatte di niente: silenzio. A pranzo si cucinavano spaghetti di niente conditi con sugo che non aveva sapore di niente. Ma agli abitanti piaceva lo stesso, perché anche loro erano fatti di niente.
    Cirino e Coretta si guardavano intorno perplessi.
    "Tu vedi qualcosa?", chiese Cirino.
    "Niente", rispose Coretta. "Però... qui c'è, un paese! È il posto giusto per un paese!"
    "È vero", disse Cirino grattandosi la zucca. "Ma allora... perché non c'è niente?"
    "Forse...", disse lei pensierosa, "forse non c'è... ancora niente!"
    "Hai ragione!", disse lui ammirato. "C'è un paese, ma non è ancora cominciato!"
    "E prima di cominciare non c'è niente!", concluse lei convinta.
    Infatti era proprio così: quel paese era lì, tutt'intorno, che aspettava di cominciare.
    I due fratelli ci pensarono un po', poi si guardarono, sorrisero e dissero:
    "Va bene, cominciamo?"
    Presero a tirar su le loro mani, dal basso all'alto, una volta, due volte, tre volte, per tirare su il paese, e cominciare.
    "Su, su, su!", dicevano insieme. "Vieni su, paese di niente, avanti, comincia!"
    E il paese piano piano veniva su. Mano a mano apparivano le case, le strade, i giardini, le persone e i cani. Ma se ne stavano tutti lì, fermi impalati, come se non capissero cosa dovevano fare. Allora a Cirino e a Coretta venne in mente come si fa a cominciare i giochi, e dissero insieme:
    "Uno, due, tre... VIA!"
    A quella parola, "Via!", gli abitanti si misero tutti a camminare indaffarati, ognuno per le sue commissioni. Gli uomini andarono al lavoro, le donne ci andarono anche loro, i bambini si misero a giocare, i cani corsero negli angoli a fare pipì: e poverini, chissà da quanto la tenevano, quand'era pipì di niente che non si poteva fare! Il sole si arrampicò pian piano nel cielo, i sughi presero a cuocere nelle cucine spandendo profumo, le campane suonarono, i galli cantarono e il paese che si chiamava Iniziò finalmente iniziò.
    Tanto felici furono quei paesani, e tanto grati a Cirino e a Coretta di averli fatti iniziare, che li festeggiarono per due lunghi giorni, riempiendoli di ogni ben di Dio, e solo il terzo li lasciarono partire.
    Felici e contenti anche loro, Cirino e Coretta ringraziarono, salutarono, e si misero in cammino in cerca del Sole Suonatore e della Luna Cantante.

    E sulla strada, camminando a saltelloni, dicevano e cantavano questa...

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    TIRITERA DI TUTTI GLI INIZI La tavola del libro
    La tiritera in voce e musica


    Uno, due, tre, via…
    BUONGIORNO!
    Esci sole, esci mondo, esci giorno!
    Parte la musica
    Narra la favola
    Volta la pagina
    Pronta la tavola
    VIAAA!
    Il mondo nasce
    Il giorno cresce
    Ecco che esce
    FUORI!
    Fuori il sole dai suoi monti
    Fuori l'acqua dalle fonti
    Fuori il fiore dall'aiola
    Fuori il fiato dalla gola
    Fuori il bimbo dalla pancia
    Uno, due, tre…
    COMINICIA!

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    IL PAESE CHE SI CHIAMAVA FORSECÈ La tavola del libro

    Cammina cammina, Cirino e Coretta giunsero in un paese che si chiamava Forsecè.
    Gli abitanti di questo paese non sapevano mai bene dove fossero e che aspetto avessero le loro cose. Per questo avevano chiamato così il loro paese: Forsecè.
    Una mamma per esempio diceva alla figliola:
    "Forsemaria, guarda se nel forsecassetto della forsecredenza ci sono le forseforbici"...
    Quei poveri paesani non erano sicuri delle loro cose perché non vedevano nulla. Ma non erano ciechi: non vedevano perché tenevano gli occhi chiusi! Non avevano mai imparato, o non avevano mai nemmeno provato, ad aprirli.
    "E ora come facciamo?", disse Cirino. "Inutile chiedere a questi qui se sanno dove si trovano il Sole Suonatore e la Luna Cantante. Ci diranno forse qui e forse lì".
    "Ma a parte questo, poverini!", disse Coretta, che era di cuore tenero. "Fanno davvero una grande fatica, vivendo così. Cosa possiamo fare per aiutarli?"
    Provarono e riprovarono a dire loro: "Aprite gli occhi!"
    Ma niente: chi diceva che non aveva occhi; chi diceva che li aveva, ma erano chiusi e non si potevano aprire; chi diceva che si potevano aprire, ma era meglio di no.
    "E perché mai, santa caramella!", chiedeva Coretta.
    "Perché lo dice il proverbio: occhio non vede, cuore non duole".
    "Che stupido proverbio!", diceva Coretta, però non sapeva bene cos'altro rispondere.
    Infine, pensa e ripensa, a Cirino venne un'idea. Si fecero dare dai paesani un grande enorme forsepalloncino, li convocarono nella forsepiazza, e quando furono tutti lì Cirino gonfiò, e gonfiò, e gonfiò, finché il palloncino non fu enorme come una casa.
    Allora Coretta prese un forsespillo e.... PUUUMMM!
    Gli abitanti, per il terribile spavento, fecero un salto e spalancarono gli occhi tutti insieme. E videro!
    E che festa grande fecero, vedendo! Allora è questa la tua faccia, diceva il marito alla moglie e la moglie al marito. Allora è bello il mio cane! Allora è bianca la mia casa! Allora il cielo è così!
    E non finivano di aprire e chiudere con le mani gli occhi e le orecchie, felicissimi di non vedere per un po', ma poi vedere di nuovo! Di non sentire per un po', ma poi sentire di nuovo! E insomma felici e contenti del mondo che, ormai senza più nessun forse, era fiorito tutto intorno a loro.
    Tanto felici e tanto contenti, che vollero a tutti i costi che i due fratelli si fermassero con loro per due giorni, a festeggiare e indicare intorno tutto il mondo che c'è. E solo il terzo giorno, dopo averli colmati di doni e di cibi, li lasciarono andar via.
    Felici e contenti anche loro, Cirino e Coretta ringraziarono, salutarono, e partirono per continuare il loro viaggio in cerca del Sole Suonatore e della Luna Cantante.

    E sulla strada, camminando a saltelloni, dicevano e cantavano questa...

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    TIRITERA DELLE COSE INTORNO La tavola del libro
    La tiritera in voce e musica


    Che c'è? Che c'è? Che c'è?
    C'è il sole per fortuna
    GUARDA!
    È notte e c'è la luna
    GUARDA!
    Il vento fischiatore
    SENTI!
    Il rombo di un motore
    SENTI!
    Sole e luna
    Canta e suona
    Dentro e fuori
    Mani e cuori
    Frutti e fiori
    Fiori e frutti
    Che c'è? Che c'è? Che c'è?
    CI SONO TUTTI!

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    "CI SONO TUTTI!". Così comincia, dunque. E come finisce?
    Finisce con un ragazzo e una ragazza, che erano partiti cercatori e sono ritornati trovatori.
    Che erano tornati ma che ripartono. Seguiti da un codazzo di bambini. Alla ricerca.
    Ma, come dice il titolo dell'ultima Tiritera...


    ALLA RICERCA DI CHE? La tavola del libro
    La filastrocca in voce
    L'ultimo brano musicale (Poifinì)


    Stretta è la foglia, larga è la vita
    Io non lo dico perché qui è finita
    Verde la foglia, gialla l'arancia
    Ditelo voi perché qui ricomincia
    Verso la musica, dentro la favola
    Piedi per terra ma testa di nuvola
    Ali di voli verso terre ignote
    Alla ricerca di Nidi di Note

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    Questa pagina è stata creata il 14 febbraio 2012, e aggiornata l'ultima volta il 9 settembre 2012


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